Passa ai contenuti principali

LO SPORT AGONISTICO FA BENE AI BAMBINI:POTENZIA IL TALENTO E ORGANIZZA IL TEMPO

Il 10% degli adulti svolge un’attività sportiva regolarmente mentre i bambini svolgono una pratica quasi quotidiana tra scuola, associazioni e società sportive. 
Lo sport agonistico nelle prime fasi dell’età evolutiva (tra i 3 e i 18 anni) è ormai un fenomeno di massa, ma ci sono dei rischi? 
Imporre modelli di prestazioni difficilmente raggiungibili espone a delusioni e mortificazioni, un indirizzamento corretto invece potenzia il talento personale e aiuta i bambini ad organizzare il loro tempo interno attraverso l'impegno che diventa piacere e gioco.
QUALI SPORT PER I BAMBINI 

Dalla metà degli anni ‘90 la pratica di uno sport è stata inserita tra le attività quotidiana dei bambini, cui si offre oggi l’opportunità di avvicinarsi a molte discipline sportive diverse, dalle più popolari calcio, basket, pallavolo, nuoto, ad altre meno praticate come scherma, rugby, pattinaggio, arti marziali. 
Conseguentemente è cresciuto anche l'interesse verso l'agonismo di massa, cui ci si avvicina ormai già nelle prime fasi dell’ "Età Evolutiva", già a 3 anni o bambini iniziano a fare sport più volte a settimana.

Gli studi degli ultimi decenni hanno acclarato che bambini e adolescenti non sono “piccoli adulti”, ma individui con peculiari caratteristiche fisiche e psicologiche di cui è indispensabile tener conto. 


I GENITORI AIUTANO A SCEGLIERE 

Di solito sono i genitori ad avviare i figli allo sport, con un approccio molto diverso: alcuni lo propongono come passatempo sano e educativo, altri si mettono nelle mani degli allenatori, altri ancora decidono di impegnarsi assieme a loro nella pratica dell'attività. 


Ci sono generazioni di sportivi ad alti livelli sia in sport individuali che di squadra in cui i figli  hanno praticato sport fin da piccoli con i loro genitori: Rafa Nadal tennista, come ha anche raccontato nella sua biografia scritta insieme a John CarlinTania Cagnotto tuffatrice, ha seguito le orme paterne, nella scherma Aldo Montano, sciabolatore figlio e nipote d'arte e il fiorettista Alex Massialas, nella pallavolo Ivan Zaytsev, nel basket (NBA) Domantas Sabonis e Klay Thompson, anche molti calciatori sono "figli d'arte".

D'altro canto è necessario specificare che in queste persone tradizioni familiari, genetica e capacità personali si intrecciano indissolubilmente e non possono costituire un termine di paragone in termini di risultati ma possono essere un esempio di un buon rapporto tra genitori e figli.

Lo sport agonistico ad alti livelli è utile e necessario per un’esigua minoranza di persone, con caratteristiche personali, familiari, psicologiche, fisici e sociali particolari. 

Invece lo sport agonistico inteso come disciplina, come possibilità di misurarsi con se stessi, di appartenere ad una squadra o una federazione, di misurarsi con i propri coetanei, riuscire ad essere costanti, scaricare la tensione fisica in modo positivo stando insieme a compagni e  altri amici, è invece utile a tutti i bambini, sotto la guida di "bravi maestri" e con lo sguardo attendo, affettuoso e partecipe dei genitori.

Se poi il bambino nel tempo mostrerà un talento specifico, un desiderio, una passione particolare ed una possibilità di andare avanti, ottenendo anche qualche vittoria, questo non potrà che essere positivo.


ATTIVITÀ FISICA ED ETÀ


Per ogni fascia d'età l'attività fisica deve essere proporzionata a quello che la struttura e la salute fisica permettono, nei bambini bisogna considerare anche la delicatezza della fase di sviluppo psicologico oltre che fisico, poiché la distinzione tra mente e corpo non è così netta come nell'adulto, perciò ogni azione compiuta sul corpo ha anche un valore psichico. Inoltre, un organismo in rapido sviluppo può essere danneggiato più facilmente. 

Per questo, nella pratica di qualsiasi sport, è importante che i programmi rispettino le caratteristiche dei piccoli atleti e che diano importanza al miglioramento di tutte le loro qualità fisiche e psicologiche, valorizzandole. 
Naturalmente va dato spazio a un apprendimento “tecnico”, ma che implementi alcune abilità: la destrezza, la motricità fine, la precisione, coordinazione e l'attenzione nell'esecuzione del gesto. 

Lo sport inoltre se praticato con intelligenza può aiutare anche i bambini più gracili o timidi a prendere confidenza con il proprio corpo, con lo spazio, con il ritmo e il tempo e le regole che ogni "gioco sportivo" implica,  sia di squadra che individuale.


GIOCO E INTENSITÀ GRADUALE

Il lavoro deve essere necessariamente graduale e progressivo, agendo dolcemente sulla resistenza e sulla forza muscolare ma accompagnando l'individuo in uno sviluppo armonioso della sua personalità. 
Per questo la durata dell'attività e l'intensità vanno commisurate ai benefici e agli obiettivi che ci si prefiggono e tarati sulle variabili individuali, base di partenza su cui impostare qualsiasi attività motoria nei bambini, in una dimensione in cui il “gioco” sia l'elemento centrale di trascinamento e coinvolgimento dei piccoli sportivi. 


È infatti impossibile pensare un'attività sportiva che prescinda dal gioco. 
Bisognerebbe anzi parlare sempre di “gioco sportivo” durante il quale i bambini lavorano divertendosi, vengono stimolati in proporzione alla loro età attraverso mini-competizioni, orientando l'aggressività attraverso le regole. 


LE MOTIVAZIONI DEI BAMBINI

Le motivazioni per cui i ragazzi continuano a impegnarsi in un'attività sportiva sono legate alla socializzazione in un ambiente accogliente e familiare, non alla competizione agonistica in sé. Inoltre, non tutti i ragazzi possono o devono diventare campioni, ma tutti devono conoscere i benefici dello sport e farne un bagaglio culturale capace di arricchirli e aiutarli nello studio e nell'apprendimento. 

Negli ultimi venti anni l'aspetto agonistico dello sport è diventato sempre più importante in tutte le discipline e proposto sempre più precocemente, coinvolgendo bambini e preadolescenti. 

La responsabilità di questo fenomeno è da attribuire sia alle società sportive, i cui proventi e sovvenzioni sono condizionati dal successo dei loro atleti, sia alle famiglie, che hanno sempre maggiori aspettative di successo e fama per i loro figli. 

D'altro canto, il successo nello sport dipende da un insieme di fattori eterogenei: caratteristiche genetiche, psicologiche, ambientali, familiari e sociali di cui troppo spesso non viene tenuto conto. 

Proponendo e imponendo ai ragazzi dei modelli non raggiungibili li si espone a delusione, mortificazioni, umiliazioni, che portano con sé insicurezza e non di rado disturbi depressivi e ansiosi, che talvolta vengono somatizzati. 

È frequente infatti che i ragazzi abbandonino l'attività sportiva agonistica nonostante i buoni risultati significativi raggiunti: sul perché si interrogano i familiari, preoccupati del "fallimento" dei loro ragazzi, e le società sportive, interessate a evitare i “drop out”, gli abbandoni.


ATTENZIONE A ECCESSIVA PRESSIONE E TRAUMI

Gli abbandoni sono quasi sempre determinati da una perdita di piacere nello svolgere l'attività sportiva, poiché privata della componente ludica o segnata da esperienze negative (eccessiva pressione del trainer o aspettative della famiglia con svalutazione degli insuccessi e mancata valorizzazione dei successi, bullismo, incidenti, violenze, etc.).

Questo tipo di esperienze traumatiche protratte nel tempo costituisce un grave problema per i piccoli e giovani atleti, perché compromette la loro salute psicofisica presente e la loro vita futura. 


IL PARERE DEL MEDICO SPORTIVO 

Il Prof. Antonio Fiore medico sportivo e Federale della Scherma spiega: 
"L'attività agonistica comporta un grosso impegno, fatto di allenamenti intensi e competitività elevata, che può creare seri problemi nei bambini e negli adolescenti. 
Il soggetto in età evolutiva va valutato in base a una serie di criteri specifici, e il medico sportivo deve verificare se esistano controindicazioni e indirizzarlo verso un'attività, nonché verificare che sia quella a lui più congeniale e idonea.

La pratica dello sport agonistico inevitabilmente prevede che bambini e ragazzi facciano delle rinunce, siano pronti al massimo impegno e alle richieste dei preparatori atletici, sviluppino un forte senso del dovere e trascorrano molte ore della loro giornata ad allenarsi, molto spesso trascurando attività normali per la propria età. 

L'allenamento per definizione è uno stimolo stressante, ma necessario per far progredire l’atleta. 
Però non può essere applicato ai bambini sia per questioni fisiche che ormonali. D’altro canto, rispetto agli adolescenti, i bambini possiedono una ‘protezione naturale’: appena avvertono un disagio si fermano

L'agonismo fa male se è concepito come un dovere, se non educa
Lo sport deve educare ai valori dell'atletismo, al fair play, al rispetto dell'altro e alla sconfitta, perché nello sport si perde quasi sempre. 


NIENTE PRESSIONI E GIUSTO PESO AI RISULTATI

Quando le attività sportive sono caratterizzate da una specializzazione precoce, richieste tecniche pressanti, pressioni psicologiche quotidiane costanti, imposizione di schemi fissi, condanna degli errori e divieto esplicito o implicito di sperimentare ed esprimersi creativamente al di fuori delle richieste, questo può rendere lo sport agonistico in età evolutiva fonte di seri problemi psicologici, insicurezze e fobie anziché strumento di crescita e socializzazione. 

I bambini non hanno la capacità di dare alla sconfitta o alla vittoria il giusto peso, si identificano con il risultato: se perdono, perdono autostima, se vincono, possono sopravvalutare le proprie capacità. 

Va spiegato loro con pazienza e ripetutamente che la sconfitta o la vittoria sono semplicemente la conseguenza di un esercizio o una gara eseguita male e non dipende dal  proprio valore e non lo va ad intaccare.

L'agonismo comporta inevitabilmente la ricerca della vittoria, il risultato dopo tanto impegno che confermi che gli sforzi, la fatica, le rinunce. 

Per questo è importante evitare eccessivo carico agonistico e di allenamento, fornire sempre sufficienti rinforzi rispetto all'impegno da parte dei genitori e degli allenatori, prevengono l’insorgere di disturbi psicologici. 


QUALI SONO I SEGNALI DI DISAGIO

Il più frequente è l’ansia, irritabilità, i disturbi del sonno, la perdita d’interesse e di piacere per tutte le attività, stanchezza fisica, incubi notturni.

Se non compresi in tempo possono portare a una vera depressione del bambino e dell'adolescente, con l'abbandono dello sport, la diminuzione del rendimento a scuola e sempre una grande sofferenza.


LA PSICOANALISI AIUTA

Per questo è importante che degli specialisti, psicoanalisti, possano fornire ai genitori e agli allenatori, attraverso dei corsi di informazione e formazione, alcuni strumenti che li aiutino a gestire la psicologia dei bambini e degli adolescenti. 

Gli strumenti legislativi già esistono affinché la federazione medico-sportiva possa offrire aggiornati strumenti professionali per gestire i bambini in senso educativo e formativo. 

C'è già una grande attenzione e preoccupazione riguardo al "doping" ma non ancora altrettante riguardo formazione in "psicologia dello sport" per allenatori, in cui gli psicoanalisti hanno una formazione specifica. 

Se ben gestito, lo sport agonistico può avere dei risvolti positivi in termini di impegno, disciplina, amore per la competizione, desiderio di vincere con la propria squadra. 


LA CARTA DEI DIRITTI DEL BAMBINO NELLO SPORT

La “Carta dei Diritti del Bambino nello Sport” dell’UNESCO dichiara che il bambino ha diritto di divertirsi e a giocare come un bambino e ha diritto non essere un campione! L'agonismo non è vincere la partita, è praticare la partita, perché lo sport agonistico non faccia male è necessario migliorare la cultura dello sport a tutti i livelli, nelle famiglie, nei professionisti dello sport, nei mezzi di comunicazione e negli stessi piccoli atleti. 


Adelia Lucattini


Articolo di Adelia Lucattini pubblicato 
su D-Repubblica.it -Benessere


Box Media Online

Post popolari in questo blog

BALBUZIE? CONOSCERLA AFFRONTARLA E SUPERARLA

Molti bambini piccoli balbettano in un’età tra 2 e 5 anni.  In molti casi, la balbuzie scompare da sola all'età di 5 anni. In alcuni bambini, dura più a lungo. Esistono trattamenti efficaci per aiutare i bambini a superarla   Nel film "Il discorso del re" ("The King's Speech" ) è raccontata la storia del  Re Giorgio VI d’Inghilterra (padre della Regina Elisabetta II) affetto da una grave balbuzie e  in modo molto bello e chiaro, il   rapporto  con il suo logopedista Lionel Logue, che l'ebbe in cura e l’aiutò a superarla. Bruce Willis in alcune interviste ha parlato della sua esperienza di bambino e ragazzo balbuziente: "Quando ero bambino avevo un po' di difficoltà a parlare . I compagni mi prendevano in giro, e io non sapevo che fare. D’altra parte, starmi a sentire era un calvario. Poco dopo ho avuto la fortuna di iscrivermi a un corso di recitazione , credo fosse il primo anno di liceo. Il teatro mi ha aiutato tantissimo. È

LEGGETE AI BAMBINI! SARANNO PIÙ INTELLIGENTI

Molti scrittori e ricercatori in ambito letterario parlano di “poetica della lettura” sottolineando quanto il leggere e quello che si legge, faccia “la differenza” nella vita delle persone, sia da bambini che da adolescenti che da adulti. Recenti studi scientifici di neuro-psicobiologia, hanno evidenziato un benefico della lettura nella prevenzione il decadimento delle capacità cognitive negli anziani e in una certa misura sull’invecchiamento del cervello. A livello psicologico, indubbiamente la lettura aumenta la capacità di attenzione e concentrazione, rilassa, distrae, appassiona e migliora la vita, rendendo più felici. Ma in che modo la lettura influenza il cervello? Sarà proprio vero, come azzardano alcuni ricercatori, scienziati e letterati, che “un libro al giorno leva l’Alzheimer di torno?” E quanti lettori sono consapevoli o hanno mai pensato di aver usato libri per aumentare il loro Quoziente Intellettivo (QI)? E, nel complesso, la lettura rende davvero più